L’IT che cambia

Alle elementari quando mi chiedevano che lavoro faceva mio padre non sapevo spiegare cosa facesse il capo del CED ma poi col tempo (e qualche visita in azienda) capii che lui era il responsabile di enormi macchine ronzanti nere senza le quali l’azienda si sarebbe fermata.

Fast forward a maggio 2011:  google (e molte altre) offrono servizi di cloud computing grazie ai quali se anche l’azienda va a fuoco basta fornire dei pc nuovi ai dipendenti per ricominciare a lavorare senza aver perso neanche un bit.  E le enormi macchine nere ronzanti? Sparite…in quella che era la loro stanza ora puoi metterci una piscina di palline per i dipendenti che si vogliono sentir ancora bambini.

Ovviamente non è tutto oro quel che luccica ed anche il cloud compunting ha i suoi punti deboli ma anche possibili soluzioni:

Sicurezza: se l’utente può accedere ai dati aziendali da qualunque browser l’azienda è esposta a rischi di spionaggio industriale maggiori rispetto al normale.

Connessione: dato che lavoriamo in remoto la connessione internet deve essere solida e senza di essa non si lavora. Nel caso specifico italiano questo è un problema che affligge tutte le zone montane e molte altre zone non servite da ADSL. Ma per gli altri tutto ok!

Scalabilità: se da un lato è sicuramente un’ottima soluzione per la piccola e media impresa che si vede eliminato il problema della gestione dell’hardware migrare o creare grandi sistemi per grandi imprese potrebbe essere ostico o impossibile.Google apps però ha clienti come Virgin America il che farebbe pensare che scalare il sistema non sia poi così infattibile.

Lock-in dei dati: i dati devono essere esportabili in un formato compatibile con altri sistemi sia di cloud compunting che di IT standard.Molti fornitori stanno lavorando a degli standard ma ovviamente se la prendono comoda.

Downtime: se i server del tuo fornitore sono down non puoi lavorare ne accedere ai tuoi dati, fortunatamente tutti i dati e le applicazioni sono usualmente attive su vari datacenter intorno al mondo con funzionamenti garantiti per il 99,99% del tempo. Meno di 9 secondi al giorno.

Concludo dicendo solamente che io penso che il cloud computing valga i rischi che comporta e porti ad una grossa riduzione dei costi di gestione dell’hardware aziendali ed agli annessi costi energetici.

A voi la parola.

Salva il museo, salva l’Italia.

“L’Italia è un museo a cielo aperto [...]” “Potremmo vivere solo di turismo [...] ” Entrambe sono frasi che mi capita di sentire di tanto in tanto e che condivido in pieno. Peccato che quando un turista entra in un museo italiano il più delle volte viene catapultato nell’equivalente museale del paleolitico.

I nostri musei hanno bisogno di fondi da poter investire per rimanere al passo coi tempi e far appassionare giovani e meno giovani alla cultura e all’apprendimento in senso lato.

Rimanere al passo coi tempi significa rinnovare quelle collezioni esposte come negli anni ’50 modernizzando spazi e attrezzature ed eliminare in un colpo solo cose come etichette scritte a macchina o peggio a mano e teche polverose dove i manufatti sono assiepati in spazi minuscoli.

Sento però il bisogno di spezzare una lancia a favore delle visite guidate che sono a dir poco fantastiche: personale preparato mi ha sempre illustrato con dovizia di particolari tutte le collezioni seguendo un filo logico che altrimenti non avrei colto. A questo proposito audioguide e materiale illustrativo di qualsiasi tipo dovrebbero essere la regola per ogni museo e non solo dei più grandi o solo in occasione di eventi/mostre particolari come invece avviene oggi, permettendo così al visitatore di fare una sorta di visita guidata in autonomia.

Imparando dai nostri amici scandinavi mentre riattrezziamo i nostri musei dovremmo inoltre tenere un occhio di riguardo nei confronti dei bambini per i quali dovrebbero essere pensati approcci, laboratori e spazi che rendano interessanti ed alla loro portata contenuti altrimenti criptici e noiosi.

Museo Civico Archeologico di Bologna

Museo Civico Archeologico di Bologna

Puntando lo sguardo verso il futuro  possiamo pensare ai musei non solo come luoghi dove i visitatori riscoprono conoscenze acquisite in periodo scolastico ma viverli anche come luoghi dove le persone possano entrare e respirare aria nuova grazie a seminari, convegni e laboratori che forniscano punti di vista nuovi o diversi per favorire la crescita di idee nuove e lo sviluppo di una mentalità critica.

I legami con gli istituti di formazione -asili e scuole primarie e secondarie- vanno stretti e fortificati al fine di creare iniziative per arricchire la cultura personale dei giovani studenti il più possibile; la discussione con gli studenti può continuare anche al di fuori delle mura scolastiche e del museo per spostarsi in tutti quegli spazi virtuali offerti dai moderni social media che essendo anche il canale primario d’informazione per buona parte della popolazione giovane fungeranno da amplificatore pubblicitario.

Infine l’entrata ai musei dovrebbe essere gratis. A Bologna i musei cittadini sono stati gratuiti per qualche anno e parlando con il personale ci si sente dire l’ovvietà, cioè che durante quel periodo il numero di ticket staccati in un giorno era di gran lunga maggiore rispetto ad oggi e che la gratuità dell’ingresso attirava comitive di turisti extra nella nostra città. Questo non vuole essere un invito alla privatizzazione del nostro patrimonio museale ma, dato che i soldi pubblici non bastano, sicuramente esistono modi e maniere per ricevere sponsorizzazioni da enti privati ricordando che comunque l’oggetto dell’esposizione non è il brand di turno ma il nostro paese.

La Startup che non c’è.

E così sei italiano e per qualche strano motivo decidi di farti del male e vuoi avviare una tua attività, magari coltivi pure il sogno (italo)-americano del geek/nerd diventato milionario alla Zuckerberg o alla Brin e Page; ma purtroppo sei nato nel paese sbagliato. Infatti diventare imprenditori nell’Italia di oggi è più che mai complesso, non solo per la crisi che attanaglia il paese in un totale immobilismo politico ma anche per la scarsità di incentivi all’iniziativa imprenditoriale. A completare il quadro negativo c’è la burocrazia nel quale il nostro paese affoga da decenni.

Grazie alla potenza del web un pò di tempo fa ho scoperto che la Banca Mondiale ha creato il sito www.doingbusiness.org che in sostanza non è che una mega graduatoria dei paesi del mondo ordinati in base alla facilità di gestire un’impresa dalla nascita alla morte della stessa. La graduatoria è dinamica e quindi si possono scegliere tanti indicatori per trovare il paese che soddisfi i nostri interessi.

Ordinando la classifica in base al parametro: facilità di avviare un’impresa le prime 5 sono:

Nuova Zelanda, Australia, Canada, Singapore e Macedonia. L’italia è all’ 68° posto

La Top 5 della graduatoria generale che comprende tutti gli indicatori è:

Singapore, Hong Kong, Nuova Zelanda, UK, USA. L’Italia è all’ 80° posto

Dato che sia Nuova Zelanda che Singapore compaiono in entrambe le top 5 mi sono chiesto cosa facessero di così straordinario questi paesi per ottenere risulati così brillanti, la risposta? Nulla che non si possa fare anche da noi. In entrambi i paesi hanno snellito il sistema burocratico al punto che per avviare un impresa ci vogliono 1-3 giorni e le pratiche si svolgono online. Quindi teoricamente iniziando la mattina entro fine giornata hai avviato la tua impresa e speso circa 160 dollari (in nuova zelanda) in burocrazia. Inoltre il capitale minimo per la tua impresaè 0 in entrambi i paesi.

Migliorare la situazione in cui versa il nostro paese è possibile ma a mancare più che le idee mi sembra non ci sia la volontà.

Lezioni di crescita dalla Corea del Sud

L’Italia era un paese fantastico con un sacco di potenzialità per un futuro brillante ma purtroppo nell’ultimo ventennio tra le tante cose che ci siamo scordati di finanziare, sprecando denaro in asfalto e cemento, ci sono ricerca e infrastrutture, che per definizione sono la spina dorsale della crescita di un paese assieme alla cultura.

A questo proposito mi è venuto in mente un articolo che ho letto qualche mese fa durante un lungo volo intercontinentale. L’articolo pubblicato su TIME studiava minuziosamente i motivi della enorme crescita dell’economia sudcoreana negli ultimi anni. Di tutto l’articolo ci sono 2 estratti che vorrei condividere con voi:

“[...] I coreani spendono il 3,5%  del PIL in R&D, contro solo l’1,5% della Cina e meno dell’1% della Malesia e dell’India. [...] “

“[...] Le aziende coreane trattano ogni dipendente in maniera meritocratica. Da quando il mercato è diventato globale e la lotta per rimanere sul mercato si è fatta aspra e il focus è diventato trattenere il talento piuttosto che mantenere in auge le vecchie discriminazioni (nei confronti delle donne in azienda). [...]“

Bandiera della Corea del Sud

Bandiera della Corea del Sud

E’ così che la Corea è passata dall’essere uno stato che nel periodo degli anni ’60-’90 faceva beni di scarsa qualità e che attirava gli investimenti esteri con manodopera a basso costo ad uno stato con un economia al passo con i tempi che in alcuni settori da addirittura del filo da torcere a paesi dal consolidato successo. L’esempio chiave che viene fornito dall’autore Michael Schuman riguarda il settore dei TV LCD, dominato oggi dalle coreane Samsung e LG che hanno scippato il mercato ai nipponici tipicamente leader del mercato tecnologico.

A tutto ciò va aggiunto che la Corea del Sud investite da molto tempo in fibra ottica in maniera massiva, garantendo connessioni ad internet di prima qualità ai suoi cittadini.

Questi ingredienti si ritrovano in ricette usate in molti paesi che 10 anni fa erano etichettati come “in via di sviluppo” e che oggi stanno divorando quote di mercato allo Zio Sam e a Nonna Europa con la stessa facilità con la quale si beve un bicchiere d’acqua.

All’Italia quindi non resta che adattare la strategia usata dai nostri amici asiatici e godere dei risultati.

Invenzioni di oggi per l’energia del domani

Sulla via del ritorno da uno dei miei ultimi viaggi mi sono letto con piacere l’uscita speciale di  TIME dedicata alle migliori invenzioni del 2010. Ho prestato particolare attenzione a quelle a tematica energetica ovvero che propongono un nuovo modo per produrre e sfruttare meglio l’energia elettrica. Si vede chiaramente una convergenza delle nuove invezioni verso 2 settori chiave che esploderanno ulteriormente nei prossimi anni: la domotica e l’auto elettrica.

Creston Apps Per L'Home Automation

Creston Apps Per L'Home Automation

Per quanto riguarda la domotica il futuro ci porterà la possibilità di avere con costi bassi ed in tempo reale i consumi di tutta la casa anche a livello di singolo elettrodomestico, ovviamente l’accendere/spegnere elettrodomestici e luci ed aprire/chiudere porte e finestre sono tecnologie anch’esse già consolidate i cui prezzi presto scenderanno. Inoltre tutto ciò sarà gestibile via smartphone da ovunque ci sia una connessione wireless.

Le automobili avranno batterie che garantiranno una percorrenza urbana superiore al chilometraggio che presumibilmente svolge la maggior parte della popolazione in una giornata. Abitazioni e parcheggi avranno la possibilità di ricaricare le batterie delle auto attraverso prese universali permettendo così a chi fa tratte brevi di avere la macchina sempre carica. Sparsi per le città e nelle autostrade ci saranno stazioni di servizio che permetteranno a chi effettua lunghe tratte superiori alla carica totale della batterie di cambiare le proprie batterie scariche per delle cariche in pochi secondi .

Tesla Roadster by Tesla Motors

L'auto elettrica sportiva Tesla Roadster

In uno scenario complementare le strade urbane avranno guide metalliche incassate nella carreggiata dove scorrerà energia elettrica permettendo così ai veicoli di utilizzare l’energia delle guide invece che quella delle batterie che verrà conservata per i percorsi dove le guide non siano presenti.

Grazie ad internet ed alle moderne tecnologie informatiche tutto il sistema può essere tranquillamente monitorato in tempo reale ed utilizzando pratici algoritmi il numero di batterie in circolazione sarà minimizzato minimizzando così anche il loro impatto ambientale.

E’ chiaro che chi per primo riuscirà a ridurre la dimensione delle batterie a parità di capacità sarà il leader del mercato energetico del domani.

Il delirio di onnipotenza del Marketing

L’idea di riuscire vendere ghiaccio agli eschimesi mi ha sempre affascinato e per anni ho coltivato la folle idea di creare strategie e stratagemmi che permettessero di guidare le scelte delle persone in materia di acquisti. Ma ora basta. Ho deciso che bisogna mettere un freno alla follia collettiva. Sono giunto a questa conclusione quando aggirandomi per le scansie di un supermercato ho visto i seguenti oggetti:

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Voglio sapere chi è il genio che ha pensato di trasformare il sale facendolo passare da normale prodotto da cucina a prodotto di lusso tra i più cari sul mercato. Io nella mia limitatezza cerebrale non penso sarei mai riuscito a concepire una boiata più megagalattica, talmente stupida da essere di successo. Quando penso a questo genio -o peggio: team di geni- mi vengono in mente persone che siano un incrocio tra gli sceneggiatori di Occhi del Cuore e Gordon Gekko.  In sostanza dei geni del male con il gusto per il trash.

Ora, non so se voi siate degli avidi consumatori di Sale Nero delle Hawaii o di Fiocchi di Sale di Cipro ma la verità è che vi ci stanno prendendo per i fondelli, e alla grande. Il sale da 130 euro al chilo è solo la punta dell’iceberg, la campanella d’allarme che ci dice che da qualche parte qualcuno sta tramando alle nostre spalle di noi consumatori. Ovviamente la soluzione sarebbe non comprare ciò che nella vita è superfluo ma la mia non vuole essere una crociata contro il consumismo sfrenato che guida la distruzione dell’ecosistema dal quale dipendiamo ma vuole essere uno spunto di riflessione nei confronti di un dato di fatto:

Il marketing fa leva sulla piramide di Maslow per renderci dei clienti fedeli, non per renderci felici.

I miei dipendenti non mi odiano, ecco come ho fatto.

In realtà di dipendenti non ne ho, in realtà non ho neanche un’azienda; ma se l’avessi sicuramente mi preoccuperei che la gente venisse a lavorare con un sentimento il più prossimo alla felicità possibile. Usando il alcuni piccoli accorgimenti dettati dal buon senso possiamo rendere la vita lavorativa di tutti migliore. Prima di tutto elasticità negli orari: registrare ossessivamente l’orario d’entrata e di uscita dei dipendenti richiede risorse che potrebbero essere tranquillamente allocate altrove.

 

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by Yewwei.tan on Flickr

 

Le entrate in ritardo e le uscite in anticipo devono essere accettate e tollerate, purchè il tempo perso venga recuperato ed il lavoro da fare venga fatto con il livello di qualità e attenzione atteso entro i tempi dati. Lo stesso ragionamento va applicato ai singoli giorni di ferie che vengono presi a causa di emergenze o anche solo per allungare un week end. Come al solito la cosa importante è che l’assenza venga notificata il prima possibile e che il lavoro venga svolto con i crismi di cui sopra. Inoltre una cosa che io mi aspetterei è che il capo riferisca spesso a tutti in quale direzione stiamo andando ed in quale situazione si trova l’azienda. Se l’azienda sta andando male o bene i dipendenti lo devono sapere affinchè si preparino ad eventuali cambiamenti, siano essi positivi o negativi. Anche l’ambiente di lavoro inteso come spazio dove avviene l’attività lavorativa gioca un ruolo nella corsa verso la felicità del dipendente. Lo spazio di lavoro deve emanare un senso di apertura e positività. Personalmente sono un fan dell’open space e quando leggo di CEO che si mettono nella scrivania accanto ai programmatori e implementano rotazione dei posti (come alle scuole elementari e medie) in grandi spazi senza muri non posso che essere felice. Queste cose non sono giochi da bambini ma aiutano le persone a conoscersi e a sviluppare una certa coesione a livello aziendale. Panem et circenses: all’interno dell’azienda deve esistere uno spazio dedicato allo svago ed uno dedicato al cibo. Un dipendente affamato o stressato rende meno di uno sazio e rilassato, quindi non si vede proprio perchè non si dovrebbe dare la possibilità alla gente di soddisfare questi bisogni. Nello spazio giochi un ping-pong o un calcio balilla possono fare la differenza. Attiguo a questo spazio dovrebbe esserci una sala dove i dipendenti possano prepararsi i pasti e finire di preparare quelli portati da casa.

 

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by Swamibu brought from Flickr

 

Ultimi temi da trattare ma non per importanza sono l’abbigliamento ed i social network. Per quanto riguarda l’abbigliamento chiunque non debba entrare in contatto con i clienti deve potersi vestire come preferisce, se faccio bene o male il mio lavoro sicuramente dipende da quanto sono preparato e non da come mi vesto; obbligarmi ad indossare abiti estranei alla mia quotidianità mi renderanno la giornata quantomeno più scomoda. I social network calano la produttività? No. Prima di Facebook & C. il dipendente passava il tempo su siti di giornali o al telefono o pensando ai fatti suoi…il fatto che un dipendente che passi ore sui SN invece di lavorare non è che la punta di un iceberg di problemi più grossi a livello di motivazione ed interesse ai progetti ai quali è stato assegnato. Questi erano tanti piccoli flash su come io gestirei un’azienda e lo staff o come vorrei essere gestito nel caso mi trovassi nella situazione opposta. Ora tocca a voi dirmi come è il mondo reale.